Project Description

Il 1° Campo conservativo dei Frutti più antichi d’Italia a Ferrara

L’Associazione Nuova Terraviva sta realizzando nell’area pubblica di proprietà del Comune di Ferrara di via delle Erbe 29, un progetto di rilevante valore ambientale piantumando i “gemelli” dei più antichi alberi da frutto in Italia e maggiormente a rischio di estinzione, che darà all’intera città un valore aggiunto significativo.

L’iniziativa, di valore nazionale, si avvale della collaborazione scientifica dell’Associazione Patriarchi della Natura in Italia, che ha messo a punto con noi tale progetto e che ha trovato in Hera uno sponsor sensibile a finanziare metà delle spese (la restante parte è carico della nostra Associazione).

Premessa

I grandi alberi hanno sempre avuto un’importante significato culturale presso i diversi popoli: infatti li vediamo protagonisti dei miti, delle cosmogonie, dei valori fondanti, delle visioni del mondo. Per quale motivo? In quanto esseri viventi, diventarono simbolo del cosmo, dell’universo delle cose inteso come organismo: del resto oggi agli alberi si riconosce una sorta di cervello, e quindi comportamenti, finalità. Così furono immaginati i cosiddetti alberi cosmici, come il frassino per i Germani del Nord o la quercia per i Celti. Ricordiamo anche gli alberi sacri dedicati alle divinità: sempre presso i Germani, la quercia al dio Odino, come presso i Greci a Zeus; il tiglio alla dea Freia. Gli alberi, inoltre, e in modo particolare gli esemplari più grandiosi delle diverse specie, resi possenti dalla somma consistente degli anni, i Patriarchi dunque, suggestionarono i nostri antenati per la stabilità, le dimensioni, la forza, la consistenza del tronco, il doppio ruolo di creature telluriche, con le radici innervate nella madre terra e nello stesso tempo celesti, con la chioma, aerea nel cielo. In particolare i Patriarchi arborei, silenti dominatori del tempo, quando la vita dell’uomo si bruciava in genere nel lampo fugace della giovinezza e dell’incipiente maturità biologica, furono confermati e rafforzati nel ruolo simbolico della cosmicità, della spazialità, dell’essere. I Patriarchi arborei furono simbolo così di vitalità, potenza, saggezza e rappresentarono l’essenza della vita con la capacità, che in antico apparve suprema magia, di trasformare luce solare ed elementi chimici in ossigeno e zuccheri, essenziali per gli animali, uomo compreso. Agli alberi si associa la foresta, a sua volta simbolo del Cosmo tutto e come tale ora demonizzata ora sacralizzata a seconda del percorso storico e ideologico dell’uomo. Gli alberi sono certamente fonte di salute neuropsichica, con il loro mantello verde che regola le funzioni neurovegetative; con la loro fotodiffusione, messaggio e fattore di equilibrio e di tonicità: del resto la tradizione di abbracciare gli alberi corrisponde proprio all’effetto della loro energia radiante.

Al fine di far conoscere il patrimonio di alberi monumentali d’Italia l’associazione Patriarchi della Natura in Italia ha da anni raccolto numerose informazioni e segnalazioni di alberi molto antichi che sono a forte rischio di estinzione in quanto si tratta di singoli esemplari di grande valore storico culturale e genetico che non possiamo permetterci di perdere.

Obiettivi:

Conservazione di 12 “patriarchi arborei più significativi d’Italia” riconosciuti come elementi di grande interesse storico, architettonico e culturale. Ferrara è città Patrimonio dell’Umanità riconosciuta dall’Unesco e si presta molto bene per accogliere il germoplasma più significativo d’Italia. Questi grandi alberi possono essere considerati i testimoni viventi della storia che ha attraversato l’Italia e quindi considerati meritevoli di una visita da parte del turista attento agli aspetti storico ambientali. Attraverso un nuovo tipo di turismo che potremmo chiamare “turismo arboreo” il progetto ha fra gli obiettivi la valorizzazione dei paesaggi agrari e del territorio rurale, soprattutto delle aree collinari e montane dove si sviluppano i percorsi che portano alla scoperta dei patriarchi arborei. Aumentare la fruizione turistica della città di Ferrara, che ogni anno richiama migliaia di visitatori, che così potranno anche ammirare le piante capostipiti del paesaggio agrario. Valorizzare il patrimonio dei patriarchi attraverso la loro conoscenza e conservazione a fini di studio, in quanto questi sono probabilmente le piante del futuro, dalle quali prelevare il materiale genetico per produrre le piante più resistenti alle avversità climatiche e parassitarie. Creare valore aggiunto per il centro storico di Ferrara, già così ricco di monumenti realizzati dall’uomo (Castello estense, Cattedrale San Giorgio, Palazzo dei Diamanti, Cimitero ebraico e cristiano etc.), ma anche della grande area agricola del comune di Ferrara, situata proprio in centro storico, cosa unica in Italia (gestita dall’Associazione Nuova Terraviva), ai quali si uniscono i grandi patriarchi arborei, opere della natura.

Favorire la conservazione della memoria che sta dietro a questi grandi e vecchi alberi che sono veri e propri registratori delle storie e delle vicende dell’uomo che è vissuto in questi territori.

 Azioni in corso

1 – Realizzazione di un’indagine volta all’individuazione degli alberi secolari da frutto a maggior rischio di estinzione in Emilia Romagna e nelle altre regioni d’Italia. Prelevamento del germoplasma a scopo conservativo.

2 – Costituzione di un campo conservativo dove verranno messe a dimora una serie di piantine da frutto, geneticamente identiche alle piante madri, che rappresentano un unicum sul territorio italiano. Il campo conservativo è in corso di realizzazione in centro a Ferrara, nell’area di proprietà del Comune di Ferrara in via delle Erbe 29, in un’area di circa 600 mq. a nord del “frutteto degli Estensi” (che già vede la presenza di una ventina di alberi antichi provenienti dalla pianura dell’Emilia-R.) e sarà gestito dall’Associazione Nuova Terraviva. Partendo dal fatto che spesso si tratta di esemplari di grande interesse genetico che però sono a forte rischio di estinzione, questo campo conservativo sarà di fatto una piccola “Banca del Germoplasma dei frutti più antichi e rari d’Italia”.

3 – Realizzazione di 12 pannelli che descrivono le varie piante, la loro origine e storia, corredati di foto della pianta madre e del frutto. All’ingresso del campo conservativo verrà posto, inoltre, un pannello generale che racconta come e perché è stato realizzato questo progetto.

4 – Si dovrà proporre la valorizzazione dei frutti antichi, dalla coltivazione alla trasformazione, recuperando la storia, nonché i sistemi tradizionali di coltivazione, raccolta, conservazione e impiego in cucina di tali prodotti, attraverso le interviste ai proprietari delle piante. Verrà quindi realizzato un filmato in DVD con le interviste agli agricoltori custodi dei frutti antichi e della biodiversità, in modo che si possa conservare, oltre alla componente genetica, anche la componente storico culturale che andrà a formare la “Banca della Memoria” che verrà in seguito implementata e che sarà il grande valore aggiunto del campo conservativo.

5 – Organizzazione di un paio di iniziative promozionali con degustazione dei frutti antichi presso l’Associazione Nuova Terraviva e in seguito ai ristoratori della città di Ferrara, legate alla biodiversità, con la proposta di serate con cucina a base di frutti, proposta di menù adatti al bambino, allo studente, alle persone di mezza età e agli anziani.

6 – La realizzazione di materiale informativo mirato, da distribuire alle numerose scolaresche che ogni anno visitano gli orti e il giardino dell’Associazione Nuova Terraviva, nonché ai tanti cittadini e turisti che vengono a Ferrara per ammirare le bellezze di questa importante città Patrimonio Mondiale dell’Umanità. Verrà realizzato un depliant che possa essere distribuito nei punti turistici al fine di far conoscere questa realtà anche ai numerosi turisti italiani e stranieri.

 7 – Organizzazione di un importante convegno sul tema della biodiversità, da farsi entro 2013 al quale invitare alcuni relatori di grande esperienza, come il prof. Perrino del CNR di Bari che ha fondato la più importante banca genetica dei semi d’Europa. In questa occasione si prevede l’inaugurazione del campo conservativo.

Il frutteto degli Estensi

schema citta segreta ferraraDal 1264 gli Estensi, con Obizzo, nominato primo signore, dominarono la città per oltre 300 anni. La famiglia d’Este fece di Ferrara uno dei grandi centri economici e culturali d’Italia e d’Europa, dando vita a una corte raffinata ed elegante. L’impronta nobile di Ferrara durò nel tempo: ancora oggi si esprime
nell’aver valorizzato un “raro brano di campagna” di molti ettari che un tempo aveva il compito di difendere la città dagli assedi dei Veneziani (che mai la vinsero) ma anche di coniugare la bellezza dei giardini con la sicurezza della città. Questo connubio, che farà di Ferrara la prima città moderna d’Europa,
fu ideato da Biagio Rossetti che creò per il duca la città nova, ispirata anche dagli studi astrologici di Prisciani e dall’ambiente cosmopolita dell’Università dove vennero a studiare Copernico e Paracelso. Il nuovo centro della città diventava così il Palazzo dei Diamanti (che rappresenta sole-spirito),  oscurando l’antico centro-potere-tenebra del vecchio Castello; nell’esatta circonferenza del nuovo “centro” rinascimentale furono eretti il tempio di San Cristoforo alla Certosa e San Benedetto (e sulla circonferenza finì anche il Castello medioevale)

Per l’urbanista Rossetti la città doveva essere compenetrata dalla campagna e dai giardini che ancora oggi, quasi miracolosamente, sono rimasti di proprietà pubblica (Comune di Ferrara). frutteto degli estensiL’Associazione Nuova Terraviva (di promozione sociale) li manutiene e continuamente valorizza dal 1985 con un campo agricolo e “orti condivisi” biodinamici e biologici che vengono coltivati insieme dai soci.
In estate è luogo di campi estivi per i bimbi che hanno la straordinaria opportunità di fare lavori manuali (tra cui l’orto) e artistici secondo l’approccio Waldorf in un contesto di natura e agricoltura. Il luogo, ricco di giochi di legno e sculture, è anche sede di un frutteto di alberi patriarchi (a cura di Arpa) di una ventina di essenze della nostra regione e del primo Campo Conservativo dei 12 più antichi alberi d’Italia.

Specie arboree piantumate a Terraviva

Elenco piante: Pero Sementino, Pero Moro di Faenza, Pero Rossino, Pero Rusèt, Pero Zucca. Melo Campanino, Melo Bolognola, Melo Durello di Ferrara, ,Melo Righetta delle Balze. Susino Zucchella, Susino di Purocielo, Melograno Grosso di Faenza, Fico di Badia Cavana. Vite Moscato Cedrato, Vite Prunella, Vite Salamena da l’Udor, Vite Fortana, Vite Varòn, Vite Rossiola. Olivo di Mulazzano, Olivo di Case Gramonti, Olivo di Diolo, Olivo Orfana, Olivo di Pomaro.

Pero Sementino (Pyrus communis L.)

pero sementino

Pianta madre:
Si tratta di una pianta quasi secolare che vegeta nel comune di Verghereto (FC); abbandonata da molto tempo, riesce ancora a fruttificare abbondantemente, sia pure ad anni alterni. La pianta di solito non veniva potata, producendo così rami lunghi e flessibili che sopportavano le abbondanti nevicate della zona.

Aspetti agronomici:
Probabilmente si tratta di una delle antiche varietà coltivate dai Romani nelle aree della centuriazione, diffusa in Emilia-Romagna e ancor oggi visibile dall’alto, con i suoi campi squadrati che costituivano le aziende agricole date in gestione ai legionari. E’ un frutto di piccole dimensioni prodotto a grappoli che venivano appesi nei fienili e conservati per tutto l’inverno.

Aspetti etnobotanici e culturali:
Questa antichissima varietà è probabilmente la stessa che descrive Columella nei suoi testi: egli parla infatti di una pera denominata “Pyrus sementinum” che prende il nome dal fatto che matura nel periodo delle semine.

Pero Moro di Faenza (Pyrus communis L.)

pero moro di faenza

Pianta madre:
Non si conosce le pianta madre in quanto l’albero innestato proviene da vivaisti dell’area faentina dove questa varietà è diffusa ed è presente con esemplari quasi secolari dai frutti con sapore diverso da zona a zona.

Aspetti agronomici:
Si tratta di una pera autunnale, di color ruggine, con una polpa a consistenza burrosa e di ottimo sapore. Si conserva abbastanza a lungo e matura lentamente in fruttaio o in cantina al fresco.

Aspetti etnobotanici e culturali:
Generalmente i frutti antichi erano di dimensioni ridotte rispetto a quelli moderni; altra caratteristica era il picciolo di solito lungo; ciò favoriva la possibilità di appenderli nelle cantine o alle travi dei solai.

Pero Rossino (Pyrus communis L.)

pero rossino

Pianta madre:
È uno dei peri più vecchi del comune di Pennabilli (RN) e supera i duecento anni di età. Questo frutto tradizionale dell’area del Montefeltro non si trova in altre province dell’Emilia-Romagna; i pochi alberi che si conoscono sono tutti secolari con dimensioni enormi.

Aspetti agronomici:
Albero di buona vigoria, produttività media e costante, con fruttificazione a grappolo. Lfioritura è tardiva; il frutto è di piccole dimensioni, caratterizzato dal peduncolo lungo e sottile, matura in settembre. La buccia è arrossata nella parte rivolta al sole, la polpa è bianca a tessitura media, molto profumata.

Aspetti etnobotanici e culturali:
Il nome del Pero Rossino probabilmente deriva dal fatto che dopo la cottura la sua polpa assume un colore rosato. Le piccole dimensioni di questo frutto ci fanno capire che si tratta di una pera antica; infatti in passato la frutta era generalmente di taglia più piccola e solo col tempo e la selezione l’uomo ha ottenuto frutti grandi e belli alla vista.

Pero Rusèt  (Pyrus communis)

pero ruset

Pianta madre:
Questo pero è un vero e proprio patriarca arboreo plurisecolare e si trova nelle colline di Bobbio, nei campi coltivati di una vecchia azienda agricola. Deve il suo nome al colore dei frutti che maturano a ottobre e diventano rossi nella parte colpita dal sole. L’albero ha una circonferenza a petto d’uomo (circa 130 cm dal suolo) che supera i due metri.

Aspetti agronomici e botanici:
Albero di buona vigoria, produttività media e costante, con fruttificazione a grappolo su lamburde. La fioritura è tardiva; il frutto è di piccole dimensioni, caratterizzato dal peduncolo molto lungo e sottile (caratteristica dei frutti antichi), matura in ottobre. Buccia arrossata nella parte rivolta al sole. Polpa bianca a tessitura media, croccante e profumata.

Aspetti storici culturali:
Questo frutto tradizionale delle colline piacentine non si trova in altre province dell’Emilia Romagna e i pochi alberi che si conoscono sono tutti secolari con dimensioni enormi. Veniva conservato in passato nelle cantine fino a primavera e impiegato come frutto riserva, da cuocere. Sarebbe interessante capire perché l’areale di diffusione è così limitato, essendo un frutto di ottima qualità.

Pero Zucca (Pyrus communis L.)

pero zucca

Pianta madre:
Si tratta non solo di un’antica varietà, ma la pianta madre è un patriarca di oltre un secolo che vegeta nelle campagne di Pennabilli, nell’alta Valmarecchia, in provincia di Rimini.

Aspetti agronomici
Questa varietà poco comune è caratterizzata da una elevata rusticità e longevità. Come tutti i peri ha un accrescimento molto lento e riesce a vivere anche in ambienti aridi e ostili.

Aspetti etnobotanici e culturali
Questa singolare varietà è curiosa in quanto produce frutti che maturano nel mese di agosto, quando il caldo torrido si fa sentire. Ha una particolarità: queste pere si bevevano semplicemente togliendo il gambo e premendo il frutto con le mani per favorire la fuoriuscita del succo acidulo, fortemente dissetante e quindi apprezzato dai contadini durante i lavori estivi.

Melo Campanino (Malus domestica Borkh.)

melo campanino

Pianta madre:
È una vecchia varietà autoctona dell’Emilia, presente anche nel Basso Mantovano, sui terreni golenali del Po. La pianta madre infatti è un patriarca di oltre cento anni che cresce proprio sull’argine del grande fiume.

Aspetti agronomici:
È una varietà che produce mele di piccole dimensioni, che maturano in ottobre e sono destinate al consumo fresco oppure impiegate nella produzione della celebre mostarda. La buccia è di un bel colore verde, sfumata di rosso al sole. La polpa, soda e croccante, è di color bianco avorio.

Aspetti etnobotanici e culturali:
La mela è il frutto per eccellenza. Con la sua forma sferica ha suggerito all’uomo la totalità del cielo e della terra: una specie di simbolo del potere massimo, terrestre e divino insieme. Nella mitologia scandinava la mela è il cibo degli dei.

Melo Bolognola (Malus domestica Borkh.)

melo biolognolaPianta madre:
È una varietà reperita dall’Università degli Studi di Bologna; le marze sono state fornite dal CRA di Roma che gestisce la più grande banca del germoplasma frutticolo d’Europa.

Aspetti agronomici:
Questa varietà produce frutti destinati esclusivamente al consumo fresco, ha una fioritura precoce e matura a fine settembre. Il frutto, di grosse dimensioni, ha forma sferoidale appiattita, la buccia è verde-giallo con la parte rosa esposta al sole. La polpa, soda, croccante, asciutta, è di colore bianco crema.

Aspetti etnobotanici e culturali:
Per gli antichi i frutti erano i doni degli dei, i Latini avevano addirittura una dea, Pomona, che li proteggeva e ne controllava la maturazione. Gli Etruschi poi associavano a Pomona il Dio Vertumno che tutelava gli alberi da frutto e presiedeva al cambio delle stagioni (infatti vertere significa cambiare).

Melo Durello di Ferrara (Malus domestica Borkh.)

melo durello ferraraPianta madre:
È una vecchia varietà autoctona dell’Emilia-Romagna, ma la sua origine è sconosciuta. Le marze sono state fornite dal CRA di Roma che gestisce la più grande banca del germoplasma frutticolo d’Europa.

Aspetti agronomici:
È una varietà che produce mele pronte per la raccolta verso i primi di ottobre, adatte sia per il consumo fresco che da cottura; la buccia è di un bel colore verde giallastro, talvolta sfumata di rosso al sole. La polpa, soda e croccante, è di color bianco avorio.

Aspetti etnobotanici e culturali:
Il melo è l’albero simbolico della conoscenza salvifica che conduce all’immortalità; il frutto del melo è il simbolo del peccato di Adamo ed Eva nel Paradiso terrestre; simboleggia anche la sensualità.

Melo Righetta delle Balze (Malus domestica Borkh.)

melo righetta delle balze

Pianta madre:
Il melo delle Balze si trova ai confini con la Toscana, nelle campagne della frazione Balze, nel comune di Verghereto (FC). La pianta madre, molto vecchia e ormai abbandonata, produce ogni anno grandi quantità di mele che, cadendo a terra, diventano cibo prezioso per i cinghiali che abbondano nella zona. Questa pianta è oggetto di studio per valutare i cambiamenti climatici in atto attraverso le sue fasi fenologiche (apertura gemme, fioritura ecc.) ed è presente in tutti i frutteti della rete.

Aspetti agronomici:
Pianta molto rustica e resistente alla ticchiolatura, produce mele di ottima qualità che maturano in ottobre e possono essere consumate fresche oppure cotte al forno.

Aspetti etnobotanici e culturali:
La mela è definita il frutto del benessere ed è importante sia per l’alimentazione che per la bellezza; il termine “pomata” deriva proprio dalla polpa di questo frutto. Secondo la tradizione la mela simboleggia la femminilità: infatti la sua forma ricorda un pò il fondoschiena
delle ragazze prosperose.

Melograno Grossa di Faenza (Punica granatum L.)

melograno grossa di faenzaPianta madre:
L’esemplare si trova a San Biagio, una frazione di Faenza (RA). Appartiene a un’antica varietà di origine sconosciuta, caratterizzata dalla produzione di frutti di dimensioni straordinarie che possono superare anche i due chili. Per questo è stata chiamata la “Grossa di
Faenza”.

Aspetti agronomici:
La varietà, un tempo diffusa nelle campagne faentine, oltre che dalle grandi dimensioni dei frutti, è caratterizzata dal sapore dolce dei chicchi. Predilige i terreni fertili ma riesce a vivere anche vicino alle case coloniche. Non necessita di trattamenti in quanto praticamente non attaccata da parassiti (tranne gli afidi in primavera). Per l’alto contenuto in vitamine questo frutto dimenticato meriterebbe maggiore attenzione da parte dei consumatori.

Aspetti etnobotanici e culturali:
In Emilia-Romagna il melograno era quasi sempre presente nelle aziende agricole e veniva di solito piantato vicino alle case. Il frutto era spesso utilizzato al posto del limone nelle insalate e sulle carni. Anche Pellegrino Artusi ne consigliava l’uso in cucina, ad esempio nella ricetta “cefali in gratella al melograno”.

Susino Zucchella (Prunus domestica L.)

susino zucchellaPianta madre:
La Susina Zucchella è una vecchia varietà locale dell’area parmense e reggiana, dove viene chiamata anche “Mischina”. In particolare nel comune di Brescello si trova ancora la Prugna Zucchella di Lentigione. Per dare impulso alla coltivazione di questa antica varietà è nata l’Associazione per la valorizzazione della Prugna di Lentigione.

Aspetti agronomici:
La Susina Zucchella appartiene a un gruppo numeroso di susine, sia a buccia viola che gialla; è una varietà antica caratteristica della pianura emiliana e veniva spesso coltivata nei campi, nei cortili delle aziende agricole, lungo i filari delle viti o all’interno dell’orto di famiglia. Il frutto, dalla polpa giallastra e dal caratteristico sapore, matura a fine luglio.

Aspetti etnobotanici e culturali:
Il susino è un frutto molto gustoso che ha anche proprietà medicamentose. Oltre a essere ricco di microelementi, enzimi e vitamine, esso è molto digeribile e svolge anche una funzione di blando lassativo. Secondo gli esperti il frutto del susino è uno stimolante del sistema nervoso ed è utile per le persone che svolgono un superlavoro.

Susino di Purocielo (Prunus domestica L.)

susino di puro cieloPianta madre:
L’esemplare cresceva a Santa Maria in Purocielo, una località del comune di Brisighella (RA), ma è scomparso già da anni. Fortunatamente, a suo tempo, erano state prelevate e innestate le marze dal signor Daniele Ghetti di Faenza. Il suo intervento ha consentito di conservare il germoplasma della varietà Borsa de Brecc, un tempo abbastanza diffusa nella nostra regione.

Aspetti agronomici:
La varietà Borsa de Brecc, coltivata in passato nelle zone di collina, è dotata di buona rusticità e non teme gli attacchi dei parassiti. Produce ottimi frutti di colore violaceo, ma variegato, che maturano nel mese di luglio e sono dotati di una polpa zuccherina dal sapore interessante. La varietà tende a produrre frutti doppi che ricordano lo scroto degli equini e a questa particolarità deve il nome (brecc, in dialetto romagnolo, è il maschio dell’asino).

Aspetti etnobotanici e culturali:
Il susino appartiene al genere Prunus, che comprende numerose altre specie da frutto (albicocco, ciliegio, mandorlo, pesco). Il suo frutto, legato all’estate, è ricco di zuccheri e ha proprietà depurative, lassative, febbrifughe e toniche.

Fico di Badia Cavana (Ficus carica L.)

fico di badia cavanaPianta madre:
È uno straordinario patriarca vegetale situato presso l’antica abbazia di San Basilide a Badia Cavana, nel comune di Lesignano de’ Bagni (PR). La pianta è ben evidente in un campo su un lato della strada che porta all’abbazia. È un fico insolito sia per le eccezionali dimensioni della chioma (oltre 50 m di circonferenza) sia per il tronco formato da più fusti, tutti piuttosto grandi. Una vera curiosità: tra le sue radici sgorga una sorgente dalla quale ha inizio
un ruscello che ha acqua tutto l’anno.

Aspetti agronomici:
La pianta fruttifica abbondantemente e produce fichi verdi dalla polpa dolcissima, di cui non si conosce ancora la varietà (che meriterebbe di essere identificata). L’esemplare di Badia Cavana, inoltre, vive praticamente immerso nell’acqua.

Aspetti etnobotanici e culturali
Il fico è una pianta da frutto di origine molto antica e godeva di grande considerazione presso i Romani. In Italia esistono tantissime varietà, soprattutto nel Mezzogiorno, ma piante così longeve e dalle dimensioni colossali sono ovviamente molto rare.

Vite Moscato Cedrato (Vitis vinifera L.)

vite moscato cedratoPianta madre:
Vecchio vitigno ferrarese, ritrovato presso l’azienda agricola Moretti di San Giuseppe di Ferrara. La pianta madre, da cui sono stati prelevati i tralci per l’innesto, proviene dal campo sperimentale di Tebano di Faenza (RA).

Aspetti agronomici:
Si tratta di uva da tavola, un moscato dal sapore particolare che si distingue per il suo aroma dagli altri moscati coltivati in zona. La foglia ha dimensioni medie, il grappolo è medio grosso, leggermente spargolo, con acini grossi e buccia spessa di colore giallo – chiaro. La polpa è croccante.

Aspetti etnobotanici e culturali:
Per i Romani la vite era dedicata a Bacco. Il calice di vino, che il sacerdote tiene sospeso, allude a un processo di distillazione delle sensazioni corporee, di attesa e di riflessione. L’uva, simbolo delle emozioni, cinge la testa delle baccanti e libera le pulsioni della libido; attraverso la potenza di Venere favorisce il piacere.

Acero campestre maritato alla Vite Prunella (Acer campestre L., Vitis vinifera L.)

vite prunellaNella pianura reggiana era questo il tradizionale sistema di coltivazione della vite, “maritata” all’olmo o all’acero, localmente noto come “opi”. In questo modo la vite era sorretta dall’albero e poteva arrampicarsi sui suoi rami fruttificando abbondantemente senza bisogno di altri sostegni.

Aspetti agronomici:
L’impiego dell’acero campestre capitozzato nei filari di viti serviva anche per la produzione di ramaglie che erano seccate e impiegate per scaldare il forno dove si cuoceva il pane. La vite Prunella è caratterizzata dalla foglia di colore rosso vinoso e produce un’uva la cui polpa è di colore così rosso vivo che ricorda il sangue.

Aspetti etnobotanici e culturali:
Già gli antichi Romani erano soliti coltivare la vite “maritata” a piante arboree, in questo caso si parlava di vitis pedata, mentre nel caso in cui si utilizzava il tutore morto (pali di legno) si parlava di vitis capitata.

Vite Salamèna da l’Udòr (Vitis vinifera L.)

vite salamena da ludorPianta madre:
Antico vitigno un tempo diffuso in Romagna; oggi sono rimaste poche viti sparse, spesso vicino alla case coloniche. La vite qui descritta è probabilmente centenaria e vegeta ancora appoggiata al muro di un vecchio casolare nella campagna faentina.

Aspetti agronomici:
Si tratta di un’uva da tavola a bacca bianca, profumata, caratterizzata dalla polpa croccante e dall’aroma particolare intensamente profumato; infatti viene anche chiamata, secondo alcuni, “Salamèna da l’Udòr”.

Aspetti etnobotanici e culturali:
La vite è forse la pianta maggiormente legata all’uomo e alla sua cultura; essa fa parte della triade delle piante che identificano la civiltà mediterranea, insieme con l’olivo e il grano.

Vite Fortana (Vitis vinifera L.)

vite fortanaPianta madre:
Questo vitigno, coltivato da tempo in Emilia-Romagna, è sinonimo di Uva d’Oro ed era diffuso nella pianura ferrarese e ravennate. E’ uno dei vitigni storici della provincia di Ferrara.

Aspetti agronomici:
Si tratta di un vitigno molto antico che si presta bene per la sua coltivazione su terreni sabbiosi. La foglia è di dimensione medio grande, pentagonale, quinquelobata o trilobata. Il grappolo è grande, allungato, piramidale e talvolta alato, leggermente compatto. Gli acini hanno la buccia pruinosa, di colore blu-nero. Da questo vitigno si produce un vino corposo, sapido, tannico e acidulo, scarsamente alcolico. Durante la signoria di Ercole II (1534-1559), la Duchessa Renata di Francia importò la varietà di uva detta “d’Oro”, forse per la sua provenienza dalla Costa d’Oro (Borgogna) in Francia.

Aspetti etnobotanici e culturali:
L’origine della vite è certamente molto antica: la sua coltivazione fu importata nella Magna Grecia dai primi colonizzatori e diffusa in tutta l’Italia probabilmente a opera degli Etruschi, come testimoniano le raffigurazioni di viti nelle loro tombe, mentre furono poi i Romani a trasferire la coltura della vite a tutte le popolazioni conquistate e fin dove il clima lo permetteva.

Vite Varòn (Vitis vinifera L.)

vite varonPianta madre:
Di questo vecchio vitigno ferrarese è stato ritrovato un ceppo presso l’azienda agricola Moretti di San Giuseppe di Ferrara; si ritiene importante la conservazione del suo germoplasma al fine di evitare il rischio di estinzione; infatti ora è conservato dal CRPV nel campo sperimentale di Tebano (RA).

Aspetti agronomici:
Questo vitigno produce uva da tavola precoce ed è caratterizzato da una foglia mediogrande, cuneiforme, pentalobata, di colore verde medio-scuro. Il grappolo è tendenzialmente conico, medio, spargolo. Gli acini hanno dimensioni medio-grosse, ellittiche, di colore blunero con sapore neutro.

Aspetti etnobotanici e culturali:
La vite è pianta carica di simbologia: il vino è considerato sacro non solo nella fede cristiana (dove rappresenta il sangue di Cristo versato per la redenzione dell’uomo), ma anche in molte altre religioni, come l’Induismo (Shiva considera sacro il vino) e l’Islam, che proibisce il suo consumo sulla terra, concedendolo però in cielo.

Vite Rossiola (Vitis vinifera L.)

vite rossiolaPianta madre:
Vecchio vitigno ferrarese di cui sono stati ritrovati più ceppi presso aziende agricole della zona di Comacchio; oggi è in osservazione presso l’az. Moretti di San Giuseppe di Ferrara e l’az. Colombi di Lido di Spina.

Aspetti agronomici:
Questo vitigno è caratterizzato dalla foglia media, pentagonale e pentalobata. Il grappolo è conico, talora con un’ala, di dimensioni medie. L’acino è medio-piccolo, non molto colorato, di sapore neutro. Da questo vitigno si ricava un vino non molto colorato, di bassa gradazione, ma molto adatto in abbinamento col pesce, in particolare l’anguilla.

Aspetti etnobotanici e culturali:
La vite è una delle piante più note e utilizzate dall’uomo fin dall’antichità ed è definita l’albero della vita: la Bibbia stessa testimonia che fu Noè, coltivatore della terra, a salvare la vite e a impiantarla e coltivarla dopo il diluvio. Il suo frutto, l’uva, è dissetante e rinfrescante e ha un elevato valore dietetico, ricostituente e depurativo. I decotti di uva passa sono emollienti per la tosse e le infiammazioni della gola.

Olivo di Mulazzano (Olea europaea L.)

olivo di mulazzanoPianta madre:
Si trova in località Mulazzano, nel comune di Lesignano de Bagni (PR). Questo olivo, di età presunta superiore ai cinquecento anni, è caratterizzato da una grande ceppaia con oltre dieci fusti di varia grandezza ed è, probabilmente, fra gli olivi più antichi dell’Emilia-Romagna.

Aspetti agronomici:
L’area dove cresce è caratterizzata dalla presenza di sorgenti termali che creano condizioni microclimatiche favorevoli per la coltivazione di specie termofile come l’olivo. Questa pianta, sulla quale sono in corso indagini per individuarne l’origine genetica, è stata riprodotta per conservarne il germoplasma e rilanciarne la coltura grazie all’Associazione Parmense Olivicoltori.

Aspetti etnobotanici e culturali:
La spremitura delle olive per ottenere olio era pratica conosciuta molti secoli prima della venuta di Cristo.

L’olivo è pianta che ha ispirato molti poeti:
“Tu, placido, pallido ulivo, non dare a noi nulla; ma resta!
ma cresci. sicuro e tardivo, nel tempo che tace!
ma nutri il lumino soletto che, dopo, ci brilli sul letto dell’ultima pace!”
G. Pascoli, La canzone dell’olivo

Olivo di Case Gramonti (Olea europaea L.)

olivo di case gramontiPianta madre:
L’esemplare, che è tra gli olivi più vecchi delle colline piacentine, si trova presso l’azienda agricola Case Gramonti, in località Chiesa Vecchia, nel comune di Pianello Val Tidone (PC). La pianta vegeta proprio a ridosso delle strutture annesse alla casa. L’albero è caratterizzato da una ceppaia con polloni e misura 5,5 m di circonferenza alla base. Le immagini sono state fornite dall’associazione culturale “Fattorie per Tutti”, che localmente si occupa della salvaguardia delle antiche varietà di piante da frutto.

Aspetti agronomici
È una varietà certamente rustica, oggetto di studi da parte del Centro Ricerche Produzioni Vegetali di Cesena. Vegeta a quasi 400 m di altezza, in posizione soleggiata. Produce ogni anno numerose olive di piccolo peso (in media meno di due grammi), con apice appuntito e numerose lenticelle sulla buccia.

Aspetti culturali
L’olivo compare innumerevoli volte nei testi letterari di ogni epoca. In Sofocle, ad esempio, nell’Edipo a Colono: “Albero amico che da sé rinasce, terrore delle lance nemiche; l’olivo di glauca foglia che nutre i nostri figli e in questa terra cresce in gran copia…”.

Olivo di Diolo (Olea europaea L.)

olivo di dioloPianta madre:
L’esemplare si trova a Diolo, una località del comune di Lugagnano Val d’Arda (PC). Vegeta in posizione soleggiata ed esposta a sud. La pianta è molto antica e dalla ceppaia partono numerosi polloni; essa è oggetto di studio per valutare i cambiamenti climatici in atto attraverso le sue fasi fenologiche (apertura gemme, fioritura etc.) ed è presente in tutti i frutteti della rete.

Aspetti agronomici:
La varietà, che è indagata da parte del Centro Ricerche Produzioni Vegetali di Cesena, è caratterizzata da foglie di forma ellittica e dalla superficie della lamina fogliare piatta. I frutti, con apice appuntito e numerose lenticelle sulla buccia, sono di grossa dimensione e hanno un peso medio di 4,6 gr.
L’albero è stato oggetto di cure colturali recenti.

Aspetti etnobotanici e culturali:
L’olivo, uno dei simboli del mondo mediterraneo, è citato spesso nella Bibbia. Nell’Esodo, ad esempio, si legge: “Il Signore parlò a Mosè dicendo: ‘In quanto a te prendi i profumi più scelti (…) e un hin [5 litri circa] d’olio di oliva. Quindi ne devi fare un olio di santa unzione (…). E devi ungere con esso la tenda di adunanza e l’arca della testimonianza…”.

Olivo Orfana (Olea europaea L.)

olivo orfanaPianta madre:
Si tratta di una pianta pluricentenaria che vegeta in un vecchissimo oliveto situato alla periferia di Brisighella, un antico borgo medievale di grande suggestione, caratterizzato dalle sue rocche. Questa antica varietà locale è resistente al freddo e produce olive destinate al consumo da mensa che vengono messe in salamoia e conservate a lungo nel tempo.

Aspetti agronomici:
Questo vecchio olivo produce frutti di grandi dimensioni, molto profumati e durevoli nel tempo. Si tratta di un’antica varietà che sarebbe interessante salvaguardare, come tanti altri frutti ormai dimenticati perché non avevano le caratteristiche per essere prodotti in modo intensivo mentre spesso hanno sapori unici.

Aspetti etnobotanici e culturali:
Anche Dante Alighieri, il Sommo Poeta, ha ricordato l’olivo nella sua più celebre opera: “Sovra il candido vel cinta d’uliva donna m’apparve sotto verde manto.” Commedia, Purgatorio

Olivo di Pomaro (Olea europaea L.)

olivo di pomaroPianta madre:
Questo olivo si trova in località Pomaro, nel comune di Piozzano (PC). Si tratta di un antico albero che ha resistito alle avversità nei secoli, la sua ceppaia misura alla base circa due metri di circonferenza. La pianta e le immagini sono state fornite dall’Associazione culturale Fattorie per Tutti (info@fattoriepertutti.it).

Aspetti agronomici:
Varietà che è oggetto di studio, è caratterizzata dalle foglie ellittico lanceolate, con superficie della lamina fogliare piatta. Il frutto, di forma elissoidale, ha un peso medio di circa 3,94 grammi.

Aspetti culturali:
L’olivo è un albero simbolico carico di significati: viene detto anche albero della luce per il colore argenteo luminoso delle sue foglie e da sempre simboleggia la pace. Anche per gli Egizi l’olivo era molto importante, ciò è testimoniato da una preghiera di Ramses III al Dio Ra.

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